Dopo l'involontaria fama raggiunta con lo scoop dell'Orobico solitario che "scappa" dall'inferno di Mumbai, sarà in edicola da oggi e per tutta la settimana il nuovo numero della Gazzetta di Lecco. Essa contiene (non sappiamo ancora a che pagina) l'intervista a Flavio sul resoconto del viaggio. E anche qualche foto. Ciao ciao ciao...
Dopo il rientro e il riambientamento abbiamo finalmente iniziato ad aggiornare il sito.
La sveglia suona a vuoto per un po', e quando ci alziamo il treno delle 7.30 per Lahore è già partito da un pezzo. Ci prepariamo pigramente e ci avviamo verso la stazione, dove ci informano che il treno successivo è alle 11. Sembra tutto tranquillo: un'ora abbondante di attesa e poi via lungo le ferrovie pakistane, lontani dal traffico e dagli sgangherati autobus della Karakoram Highway. E invece dobbiamo fare i conti con l'allegra e rilassata burocrazia statale: impareggiabili bevitori di tè discutono a lungo su come comportarsi di fronte al nostro caso, dando l'impressione di non voler giungere ad una qualsivoglia conclusione. Serve un'autorizzazione per l'uso dei treni da parte dei passeggeri; un modulo per le bici; probabilmente, anche un modulo per la consegna degli altri moduli! Le lancette corrono, e infine siamo costretti a fuggire verso i vagoni: in sella a pedalare per la banchina, inseguiti vanamente dalle urla dei funzionari che vorrebbero mantenere l'ordine; ci carichiamo le bici in spalla, superiamo un sovrappasso e prendiamo posto sul treno.
Lasciare Gilgit e le Northern Areas è stata impresa dura, tanto da dubitare in alcuni momenti che ce l'avremmo fatta. Si capisce: abbandonare un luogo perchè si sta troppo bene, è un controsenso; ogni giorno, fra l'altro, eravamo a contatto con l'esperienza di tanti ragazzi che, raggiunta la zona da mesi (o anni!), non avevano più trovato il motivo o la forza di andarsene. Alla fine però, la chiamata al dovere ha avuto la meglio (siam pur sempre lombardi...), esplicitandosi in un piano preciso: pedalare fra Gilgit e Chilas (150km), attraversare con altri mezzi l'area tribale e (forse) pericolosa dell'Indus Kohistan; tornare infine in sella per gli ultimi 250km, deviando attraverso le colline del Kashmir fino alla capitale Islamabad (percorso più lungo ma più interessante).
I passaporti e le richieste per un nuovo visto indiano sono ancora all'Ambasciata Indiana a Islamabad e arriveranno solo giovedì 30/lunedì 3. Intanto, il tempo passa e la data del rientro si avvicina sempre più. Gli Orobici sono ancora ingabbiati tra i meravigliosi scenari offerti dalle Northern Areas del Pakistan e dalla sua fantastica gente. Piano, l'altimetria diminuisce e ci si avvicina sempre più all'India...
Arriviamo a Sust un venerdì pomeriggio: il 17 ottobre. Sbrigate le formalità doganali, e ottenuto in pochi minuti il visto che non ci era stato concesso in Italia, rimane un'ora di luce o poco più. Potremmo ripartire subito, e pedalare i primi kilometri pakistani del nostro viaggio, ma preferiamo fermarci; fa così capolino l'atteggiamento estremamente rilassato, la dolce indolenza che caratterizzerà quest'ultimo periodo.
Lasciare Kashgar in direzione Pakistan produce sensazioni particolari. Dopo giorni e giorni di pedalate stavamo per dirigerci verso la sfida piu bella, la Karakoram Highway. E la strada che collega Kashgar con Islamabad, la strada asfaltata più alta del mondo. Ora iniziavamo ad accarezzarla, resi ancora piu felici dall’aver evitato improbabili soluzioni d’emergenza: i dubbi sulla possibilita di entrare in Pakistan ci avevano infatti indotto ad ipotizzare arzigogolati spostamenti tra Cina, Nepal e India. Spostamenti destinati a non concretizzarsi, per fortuna.
L'ingresso in Cina è molto coreografico, degno di un immenso regime. Un drappello di soldati è schierato su due file; agli ordini di un superiore serioso, marciano a gruppi di quattro verso i nuovi arrivati. I controlli in realtà, sia a questo primo blocco sia alla dogana vera e prorpia, sono una formalita': nel tardo pomeriggio siamo finalmente liberi di pedalare. Mangiamo i primi Somya (pasta fritta con verdure), proseguiamo qualche kilometro e ci accampiamo (dopo il grande spavento, non vogliamo dormire fra quattro mura e preferiamo montare la tenda in uno spazio aperto).
Il fine settimana è un'esperienza unica. A due passi dalla frontiera sorge il 'villaggio' di Irkeshtam: un grande spiazzo di ghiaia disseminato di rimorchi arrugginiti, motrici sovietiche che cadono a pezzi, ferraglie e lamiere di ogni sorta; le abitazioni, in gran parte vuote, sono container abbelliti con pneumatici di camion. Il tutto a 2850 metri, immerso in un fantastico paesaggio roccioso del Pamir.
Fin dalla partenza, avevamo individuato l'attraversamento del Kirghizistan come la tratta forse più ostica del viaggio: non ci eravamo sbagliati, anzi...
Finalmente una bella dormita come si deve... ma il risveglio è un po' spiacevole perché apprendiamo che Naza è stato male durante la notte e ora è febbricitante a letto. Per la colazione Luca ed io andiamo da "Istanbul Pastanesi", a pochi passi dall'hotel. E' indicata sulla guida, la quale questa volta ci azzecca alla grande: colazione a base di caffé, rotolo "pan-di-Spagna-crema-noci", baklava e dolcetti vari. Dopo poco appare Naza, che non ce la fa più a stare a letto... ci si alza e si torna alla stanza. Naza si ferma e i Lecchesi si avviano verso la banca per prlevare e cambiare. Poi bazar alla ricerca di gadgets caldi per i monti (guanti, berretti, calzini), perché il bagaglio "leggero" di Luca e Naza non ha avuto spazio per tali conquiste dell'umanità.
Lasciamo Tashkent piacevolmente intorpiditi per la nottata trascorsa; è il 24 Settembre: cielo azzuro e sole (come sempre, finora!). Pedaliamo lungo un viale largo e dritto, passando fra i palazzi e i parchi del centro, e un'interminabile e graziosa periferia; dopo una ventina di kilometri, siamo nuovamente in campagna...
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